Gli Argenti


Quanto resta dell’arte argentaria del Capitolo di Mesagne e del Monastero delle Benedettine di Ostuni è solo una parte di quanto registrato nei secoli dai documenti archivistici come visite pastorali ed inventari. Questa parte è però di tale interesse e qualità da documentare ampiamente il prestigio religioso e politico dei due Enti. A impoverire l’originale corredo hanno contribuito i cambiamenti di gusto, il terremoto del 20 febbraio 1743 e le razzie avvenute durante il decennio francese, ben rappresentate dal pittore Ludovico Delli Guanti che in Francavilla Fontana eseguì una coppia di sarcastici schizzi rappresentandovi “due generali francesi i quali vomitavano calici, pissidi e patene” (Michele Paone). La produzione argentaria fa capo agli artigiani napoletani, poiché in base alla prammatica del Conte S. Estevan del 1689 la lavorazione del prezioso metallo doveva avvenire a Napoli per garantire un maggiore controllo. La certezza della provenienza viene dai bolli corporativi e consolari ancora leggibili integralmente o in parte, e dai bolli di garanzia. Anche se in periferia, quindi Mesagne poteva, all’interno delle possibilità finanziarie, far capo all’arte argentaria napoletana. Croci argentate, tabernacoli, calici, navicelle, cucchiaini, lampade, coppe, secchielli, aspersori, incensieri, navette, turiboli, ampollieri, anelli, vasetti, portella di tabernacoli, guantieri, vassoi, vasetti. Tra gli artigiani riconosciuti c’è Giuseppe Palmentiero, autore di un calice cesellato e parzialmente dorato del 1737. Dopo la soppressione dei beni ecclesiastici, alcuni pezzi di maggior rilievo provenienti dal Monastero delle Clarisse di Santa Maria della Luce confluirono nella Chiesa Matrice di Mesagne: un ostensorio, forse di Giacinto Bonacquisto, una pisside di argento cesellato di Carlo Frezza di pregiata fattura con la rappresentazione nel sottocoppa di cartigli con il simbolo liturgico dell’uva, un campanello del 1740, recante l’iscrizione “Suor Maria Benedetta Melizza” e con l’incisione dell’immagine di santa Chiara e San Francesco, e un vassoietto con l’incisione di Santa Maria Maddalena. In mostra sono anche un ostensorio del XVIII secolo di argento fuso, sbalzato, cesellato, inciso e parzialmente dorato con pietre incastonate. Realizzato a Napoli, non è certo che l’autore sia Giovan Battista d’Aula o Giacinto Buonacquisto. E’ espressione comunque della ricerca stilistica ed estetica settecentesca definita in una ricca policromia della raggiera e nei forti contrasti chiaroscurali dei peducci e dei cartocci. La misura impostazione della figura angelica garantisce severità all’opera. Ancora in mostra è un crocifisso con base in argento commissionato dalla badessa Giustina De Benedictis del 1683, un pregiato calice di argento fuso, sbalzato, cesellato e parzialmente dorato movimentato da tre testine angeliche con ali realizzate tra motivi floreali e una croce astile di argentiere napoletano del XIX secolo in argento fuso, sbalzato e inciso dove tra il cartiglio INRI ed il teschio di Adamo è opposto il Cristo Patiens. Le soluzioni decorative di stampo neoclassico consentono di confermare la datazione, ma non è invece accertabile l’identità del monogrammista SG, l’argentiere autore dell’opera, il cui bollo è contraddistinto in basso da un piccolo giglio.